benvenuti su Paideia

parla l'architetto che ha ispirato la ristrutturazione del Borgo:

Scarsa fu la produzione architettonica dei Longobardi, che non seppero creare forme proprie, ma si limitarono a impiegare di volta in volta maestranze locali. La forma delle torri, delle mura, della porta di ingresso del borgo rispecchiano più la maestria e le esigenze delle genti locali che non i dettami dell'estetica e uno stile architettonico definito. Fu la collina a dettare il tipo di architettura ed a imporre i propri materiali e colori; l'arenaria, chiamata anche pietra cavallara, fu presa a Ripa a poca distanza dal borgo. Le pietre furono prese dalla collina; nacquero molte "carcare" dove si scioglieva la calce. La casa non stava in mezzo al terreno coltivato come una fattoria moderna, ma era inserita in un agglomerato urbano. Era una pratica antica risalente a quando i saraceni nelle loro scorrerie lungo la costa penetravano nell'entroterra, depredavano e tornavano alle loro navi. La troviamo lungo tutta la costa nord del Mediterraneo, dall'Andalusia alla Puglia.

Tutte le case nel borgo avevano ed hanno una tipologia costruttiva identica: fino agli anni 50 venivano considerate un luogo di rifugio, di riposo e di raccolta di tutto quello che serviva per vivere durante l'anno. Ogni famiglia viveva a valle, dove coltivava la terra e allevava animali, poi la sera saliva a casa con i propri armenti. La casa agricola inserita in un borgo medioevale era autonoma, quasi una fortezza nella fortezza; al piano terra tutti i servizi, cantine, forni, stalle e cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, foderate di pozzolana, una pietra impermeabile di origine vulcanica.
Si coltivava la terra per vivere; ci si rifugiava nel borgo fortificato per sopravvivere.

Nato e vissuto a Terravecchia, assisto ora alla sua trasformazione architettonica e al cambiamento degli abitanti, che hanno trasformato le loro case in alloggi per il fine settimana.
Il modo di vivere semplice, rurale è scomparso. Alcuni valori purtroppo sono andati persi, ma il futuro si è aperto, si è allargato; il paese assopito e decadente ricomincia a vivere, a respirare, grazie alla sensibilità di alcuni politici. Trasformarsi a volte consente di sopravvivere.
Fin da piccolo sentivo parlare di un luogo che veniva indicato come "sotto la porta". Un giorno mio padre Giovanni Soldivieri mi spiegÒ che lì c'era un grande arco che partendo dalla torre collegava il resto delle mura di cinta. Era la porta che fungeva da ingresso al borgo di Terravecchia.

L'arco a sesto ribassato rispecchia la classica architettura longobarda. Le mura molto spesse insieme alle torri fanno da cinta alla collina di Terravecchia; sono in buono stato ancora 200 metri di mura merlate e 14 torri, di cui a due piani con una scala che porta dalle mura al piano sovrastante dove una garitta funge da avvistamento sul lato ovest della collina. Al piano terra sulla porta di ingresso una dicitura in pietra le dà il nome, messo forse nel 1500: la fulminante.

La porta è l'occhiello mancante alla catena fortificata delle mura di Terravecchia. Di notte guardando da giù le mura illuminate si nota il buco nero: la porta incombe ancora su questa sequenza di luce quasi a volersi vendicare dello scempio compiuto facendola saltare in aria con l'esplosivo.

Noi ragazzi pensavamo a come poteva essere la porta, e ognuno diceva la sua. Crescendo ho guardato con più attenzione: un pezzo dell'arco è ancora intatto e questo particolare ha fatto da perno alla mia ricostruzione. Insieme a mio padre: è il più anziano abitante di Terravecchia, e poi c'è il fatto che la strada in pietrame che attraversava la porta non era percorsa da tutti, ma solo da quelli che avevano i terreni a valle. Tra questi mio padre. Il collegamento che gli abitanti di Terravecchia avevano con Giffoni non era attraverso questa strada; essi usavano la vecchia strada che dal borgo arrivava all'Annunziata e che tutti conoscono come "la stampella".
L'arco fu demolito nel 1960 per far attraversare la strada che tuttora unisce Terravecchia a Giffoni. La memoria storica di mio padre mi ha guidato nella ricostruzione virtuale dell'arco.

A volte nell'arco della nostra vita riusciamo a vedere il cambiamento di un paesaggio; altre volte questi cambiamenti sono impercettibili ma tutti legati dalla memoria. La memoria ci lega interiormente, ci indica la strada che comunque traccia la nostra vita.
Nascere prima di un evento significa poi apprenderlo attraverso i ricordi degli altri; se questi eventi sono ripresi attraverso le telecamere o le foto allora questo buco della memoria viene compensato, ma se le foto, le riprese non esistono allora cosa fare? Raccogliere i pochi resti e coagulare la memoria con la tecnologia è la cosa che resta da fare se non si ha la possibilità di vedere; appagare la vista a volte significa ingannarla.
Ho messo insieme la mia passione per la storia, per l'architettura, per il disegno, per le nuove tecnologie e ho realizzato questa immagine che si avvicina molto a quella che doveva essere l'ingresso principale che portava al borgo. Il computer è stato il mezzo per creare la nuova immagine: quello che ha messo insieme le memorie, i primi schizzi, i disegni preliminari.
L'immagine è proposta come poteva comparire a un viandante intorno agli anni 50. La torre e l'arco erano merlati, ma in quel periodo i merli erano già crollati. Non ho voluto ricostruire i merli proprio per non creare un divario molto rilevante tra la realtà attuale e quella passata.

Gregorio Soldivieri